San Gimignano: quando il medioevo era verticale
Quattordici torri in piedi, settantadue crollate. Quello che resta di una gara tra famiglie che misuravano il potere in metri d'altezza
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San Gimignano si vede da lontano. Le torri spuntano sulla collina come denti storti, e più ti avvicini più capisci che non è un caso se l'UNESCO l'ha messo nella lista dei patrimoni mondiali. Questo posto è sopravvissuto quasi intatto a sette secoli di storia, guerre, terremoti e mode architettoniche. Non so come abbiano fatto, ma ci sono riusciti.
Il paragone che mi viene è quello di un videogioco medievale rimasto in pausa. Le torri, i palazzi, le chiese: tutto sembra aspettare che qualcuno prema play e ricominci il mercato, le dispute, la vita di allora. Solo che qui il gioco non riprende. Quello che vedi è un museo a cielo aperto, con tutti i pregi e i difetti del caso.
Le torri che volevano toccare il cielo
Nel Duecento, San Gimignano ne contava settantadue. Ogni famiglia ricca ne costruiva una, più alta di quella del vicino. Era una questione di status, tipo avere il SUV più grosso del quartiere. Oggi ne sono rimaste quattordici, e già così il profilo della città è unico. La Torre Grossa, quella del Palazzo Comunale, arriva a cinquantaquattro metri. Si può salire, e da lassù vedi tutta la Val d'Elsa fino alle colline del Chianti.
Il Museo Civico sta proprio nel palazzo del Podestà. Dentro ci sono affreschi di Lippo Memmi e una sala con il ciclo di Benozzo Gozzoli. Roba seria. Poi c'è la Collegiata di Santa Maria Assunta, che da fuori sembra una chiesa qualsiasi e dentro ti ritrovi circondato da affreschi trecenteschi che coprono ogni centimetro di parete. Ghirlandaio, Bartolo di Fredi, Taddeo di Bartolo. Nomi che se ti piace l'arte medievale ti fanno venire la pelle d'oca.
La chiesa di Sant'Agostino, un po' più defilata, ha il ciclo sulla vita del santo dipinto dal Gozzoli. Meno turisti, stessa qualità. E poi ci sono i palazzi: il Pratellesi, il Tinacci, il Nomi-Venerosi-Pesciolini con quel nome lunghissimo. Tutti catalogati come beni culturali, tutti con storie da raccontare.
Vino e zafferano, senza retorica
San Gimignano sta dentro la zona del Chianti DOCG. Questo significa che se ti siedi a pranzo e ordini un bicchiere di rosso, molto probabilmente sarà buono. Ma qui producono anche la Vernaccia, un bianco che si fa solo in questa zona e che ha preso la DOCG nel 1966. È secco, si beve fresco, e va bene con tutto quello che trovi nei menu locali.
Lo zafferano è l'altra cosa famosa. Lo coltivano qui da secoli, e lo usano nei primi piatti, nei dolci, persino nel gelato. Non è folklore: è agricoltura locale che funziona ancora.
Quando andarci (e come sopravvivere alla folla)
San Gimignano è piccolo. Si gira a piedi in mezza giornata. Il problema è che lo sanno tutti. D'estate e nei weekend è pieno come un autobus in ora di punta. Se puoi, vieni tra novembre e marzo, oppure in settimana durante la primavera. La luce è buona, i vicoli si svuotano dopo le quattro del pomeriggio, e riesci a sentire l'atmosfera vera del posto.
Si arriva in auto (parcheggi a pagamento fuori le mura) o con i bus da Poggibonsi, che è la stazione ferroviaria più vicina. Da Firenze ci vogliono un'ora e mezza, da Siena poco meno. Porta scarpe comode: i vicoli sono in salita e il pavimento è di pietra liscia.