Bagnoregio, o di come un borgo si salva morendo
Quando il tempo non è un nemico ma l'unico custode rimasto
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Civita di Bagnoregio è quel tipo di posto che ti fa capire perché l'Italia è piena di borghi e non di città nuove. Perché qui il tempo non passa: erode. E quello che resta non è un rudere, ma qualcosa di più strano: un borgo che sopravvive proprio perché sta scomparendo.
La chiamano "la città che muore", e non è retorica turistica. È geologia pura. Civita sta su uno sperone di tufo che si sgretola anno dopo anno, e l'unico modo per arrivarci è un ponte pedonale che sembra sospeso nel nulla. Sotto, i calanchi: quelle formazioni argillose che sembrano paesaggi lunari e che invece sono solo il risultato di secoli di pioggia e frane. C'è persino un museo geologico dedicato, se vuoi capire come un borgo possa essere al tempo stesso patrimonio culturale e caso di studio per geologi.
Il borgo che non è solo Civita
Il problema di Bagnoregio è che tutti parlano di Civita e nessuno del resto. Eppure Bagnoregio vero e proprio – quello dove vivono le 3600 persone che non stanno su uno sperone che crolla – ha una concattedrale, un palazzo vescovile con giardino, chiese che sono beni culturali e persino un museo dedicato a Piero Taruffi, pilota e ingegnere che qui è nato. Non è roba da poco, ma finisce sempre in secondo piano. È come avere un fratello famoso: puoi essere interessante quanto vuoi, ma la gente viene per lui.
Civita, va detto, se lo merita. Non perché sia il borgo più bello d'Italia (titolo che viene appiccicato a troppi posti), ma perché ha quella cosa rara: coerenza. Tutto è pietra, tufo, vicoli stretti, case che sembrano cresciute dalla roccia. Niente cemento, niente fuori posto. E poi c'è il fatto che per arrivarci devi camminare, pagare un biglietto (sì, si paga per entrare in un borgo), e accettare che questo posto esiste nonostante tutto.
Vale la pena o è solo hype?
Dipende quando ci vai. In agosto, con il ponte pieno di turisti e le code per fare la foto giusta, Civita diventa un set fotografico. In novembre, con la nebbia che sale dai calanchi e quattro gatti in giro, è un'altra storia. Allora capisci perché è nella lista preliminare dei patrimoni dell'umanità UNESCO: non per la bellezza (che c'è), ma per la fragilità. È un posto che ti ricorda che niente dura per sempre, nemmeno i borghi medievali.
Bagnoregio "moderno" è più tranquillo, meno turistico, e ha il vantaggio di essere un vero paese dove la gente vive. Ci trovi il bar dove prendere un caffè prima di salire a Civita, la piazza con il palazzo comunale, le chiese aperte solo in certi orari. È il tipo di posto dove fermarsi se vuoi mangiare qualcosa di vero: orecchiette, pecorino, magari un peperone di Pontecorvo se è stagione (è DOP, ed è più buono di quanto il nome faccia pensare).
Quando andare e come arrivarci
Il momento migliore è primavera o autunno, quando il clima è mite e i calanchi hanno quei colori che vanno dal grigio al rosa. Evita i weekend estivi se puoi: Civita ha un numero chiuso di fatto (lo sperone non può reggere troppa gente), ma prima che scatti la limitazione hai già passato ore in coda.
Per arrivarci: auto. Bagnoregio è a un'ora e mezza da Roma, direzione Orvieto. C'è un parcheggio a pagamento vicino al ponte per Civita. Treno no, dimenticalo: la stazione più vicina è a Orvieto, e da lì devi prendere un bus o un taxi. In pratica, se non hai la macchina, organizzati bene o vieni con un tour (che però ti rovina l'esperienza, perché Civita va vissuta con calma, non in un'ora cronometrata).
Il biglietto per Civita costa qualche euro (varia a seconda della stagione), e sì, può sembrare strano pagare per entrare in un borgo, ma quei soldi servono a mantenere il ponte e a rallentare il crollo. In un certo senso, stai pagando per tenere in vita un posto che sta morendo. C'è una poesia in questo, anche se non te ne accorgi mentre fai la fila.